3. L'origine dei "segreti" nelle apparizioni risale al problematico Thomas Martin?

di Marco Corvaglia

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La “febbre” delle profezie

Frontespizio

Una tradizione consolidata nella saggistica devozionale considera apparizioni mariane “moderne” quelle che vanno “da Rue du Bac, a Parigi, nel 1830, fino ai giorni nostri” [L. Fanzaga, D. Manetti, L’eroismo delle origini. I primi tre anni a Medjugorje, Piemme, 2018, p. 9].

Infatti, da Rue du Bac in poi, come abbiamo già accennato nella Parte 2, inizia l'ondata apocalittica (la seconda, in verità) nelle apparizioni mariane.  

Poco dopo, diventano ricorrenti anche i segreti: La Salette (anch'essa in Francia), nel 1846, costituisce "il caso più antico" [Segreto, in R. Laurentin, P. Sbalchiero, Dizionario delle “apparizioni” della Vergine Maria, Art, 2010, p. 703].

A partire da quel momento, nell'ambito delle apparizioni mariane, la parola segreto indica un contenuto specifico, caratterizzante e, spesso, inquietante: anche i segreti hanno infatti, di norma, natura apocalittica (l'onda lunga di questa svolta arriverà fino a Medjugorje, dove i sei "veggenti" asseriscono di essere destinatari di ben dieci segreti).

In realtà, nelle apparizioni, l'inizio cronologico dell'apocalitticismo ottocentesco e la prima comparsa di un segreto come tema centrale dovrebbero essere anticipati al 1816 e ricondotti a un personaggio molto singolare.

Questa è la mia lettura dei fatti, inedita, a quanto risulta, ma basata su una documentazione storica più che solida e da tutti verificabile.

Il fatto è che la letteratura devozionale sulle apparizioni della Madonna ha evidentemente potuto ignorare del tutto la problematica figura di Thomas Martin (questo il nome del personaggio), sulla base di un criterio che, agli occhi di chi voglia condurre un esame storico-critico, appare puramente formalistico:  le presunte apparizioni di Martin non erano mariane ma di altro tipo (angeliche).

Rimane però il fatto che Thomas Martin appare cronologicamente alle origini di tendenze manifestatesi in ambito mariano quando si parlava ancora molto di lui, e proprio nel suo Paese: la Francia.

 

Cominciamo vedendo in quale contesto storico si trova a vivere e agisce Thomas Martin.

Nel 1789 prende avvio la Rivoluzione francese, che, dopo un esordio moderato, assume connotazioni politicamente sempre più radicali e anche anticristiane, in quanto il cristianesimo è visto dai rivoluzionari più oltranzisti come una superstizione con cui il Trono e l’Altare, alleati, tengono soggiogate le masse. Si cerca quindi di scristianizzare la società (anche con metodi violenti). 

 

Fra i cattolici francesi, la tensione e l’incertezza sono enormi. Si cerca di comprendere quale sarà l'esito delle turbolente vicende in corso. Non sorprende quindi leggere ciò che scriveva, a metà Ottocento, padre Auguste Lecanu:

La grande rivoluzione del 1789 riaccese, se non lo spirito profetico, quanto meno il gusto della profezia.
[Auguste Lecanu, Prophéties politiques, in Dictionnaire des prophéties et des miracles, vol. II, J.-P. Migne, 1854, col. 713]

Il professor Philippe Boutry, specialista di storia religiosa dell'Ottocento e docente della Sorbona di Parigi evidenzia, come eloquente sintomo di questa sete di profezie, il fatto che dal 1789 al 1840 ci sia stata, in lingua francese, la pubblicazione di ben cinque edizioni delle oscure predizioni dell'astrologo Nostradamus, precedentemente cadute “in un certo oblio, se non in un certo discredito” [P. Boutry, Le prophétisme de la Révolution à la Grande Guerre (1789-1914), in A. Vauchez (a cura di), Prophètes et prophétisme, Seuil, 2012, p. 215].

Le profezie furono però anche uno strumento per cercare di incidere sulla realtà, tramite la rinascita dell'apocalitticismo. Esso, infatti, per sua natura, facendo leva sulle paure, rende più agevole ed efficace la persuasione (domandiamoci perché tanti dei cosiddetti nuovi movimenti religiosi si fondano proprio sull’apocalitticismo).

 

 

Bisogna premettere che, sin dall'Alto Medioevo, circolavano in tutta la cristianità delle "lettere" che si diceva fossero state scritte da Gesù Cristo (o da Dio Padre) e talvolta portate sulla terra da un angelo (tipicamente l'arcangelo Michele) per esortare i fedeli a rispettare la domenica e le altre feste religiose, prefigurando catastrofi, di norma agrarie, per chi non avesse obbedito (torneremo sul tema più avanti).

Ebbene, tali "lettere" ebbero un notevole incremento con lo scoppio della Rivoluzione (dopo un ampliamento nel novero dei mittenti celesti, in cui entrò anche la Madonna).

 

 

Scrivono in merito i due storici cattolici Boutry e Bouflet:

È il tempo altresì delle lettere di Dio (di Gesù Cristo, della santa Vergine) cadute dal Cielo, di cui parecchi esemplari ricopiati dai fedeli sono stati raccolti in questa epoca, o sono noti ai rapporti allarmati delle autorità repubblicane: così nel comune di Saint-Menoux (Allier) [...] nella primavera del 1796:
 
Il commissario del potere esecutivo ha annunciato che circola nel comune una copia della lettera scritta in caratteri d’oro dalla mano di Dio, nella quale si ordina di celebrare le domeniche e le altre feste, di non seguire la nuova legge, se non si vuole incorrere nella collera di Dio, con minaccia di grandine, peste, carestia e altri flagelli per coloro che non vi aggiungessero fede e non la divulgassero [...] (Archivi dipartimentali dell'Allier, Registro di corrispondenza della municipalità di cantone di Saint-Menoux, 19 floreale anno IV, segnatura L 791, 36).
[Joachim Bouflet, Philippe Boutry, Un segno nel cielo. Le apparizioni della Vergine, Marietti, 1999, pp. 111-112]

 

In sostanza, una sorta di prototipo di quelle che saranno le “catene di sant’Antonio”.

 

 

Ebbene, a un certo punto le profezie di sventure, simili a quelle presenti nelle suddette “lettere”, cominciano a presentarsi anche nelle apparizioni. E, contemporaneamente, compare anche un elemento del messaggio che viene espressamente definito un “segreto”. Tutto ciò risulta attestato per la prima volta con Thomas Martin.

 

 

Oggi il suo nome è sconosciuto pressoché a tutti, ma all'epoca era notissimo.

 

 

Scriveva un suo sostenitore, padre Pierre Perreau, nel 1832: 

 

Dappertutto, in Germania come in Italia, in Russia come in Inghilterra si è sentito parlare di Thomas Ignace Martin. In tutte le province della Francia si parla più che mai degli avvenimenti che gli sono stati rivelati. Ne sono state pubblicate, da quindici anni, diverse edizioni francesi.
[Le Passé et l'Avenir expliqués par des événements extraordinaires arrivés à Thomas Martin, Édouard Bricon, 1832, p. IV]

 

 

Un ventennio più tardi,  padre Auguste Lecanu definiva invece Thomas Martin "agente di una consorteria di furbi e di imbecilli" [Lecanu, Martin de Gallardon, in Dictionnaire des prophéties et des miracles, cit., col. 193]

 


Le “profezie” apocalittiche e il segreto di Thomas Martin

Risguardo

Foglio di guardia della "Relazione concernente gli avvenimenti accaduti ad un agricoltore della Beauce in Francia nei primi mesi del 1816", stampata da Raffaello Di Napoli nel 1823 (l’edizione francese originale, scritta da Louis Silvy, è del 1817).

 

 

Dopo l’instaurazione della repubblica, il re Luigi XVI era stato ghigliottinato dai rivoluzionari (1793). Suo figlio, Luigi XVII (Delfino di Francia, cioè erede al trono), era morto in condizioni di prigionia.

Ebbene, dopo il decennio rivoluzionario e il quindicennio napoleonico, nel 1814 iniziò la Restaurazione: Luigi XVIII (fratello minore del re ghigliottinato) poté rientrare dall’esilio ed essere incoronato.

 

A questo punto possiamo finalmente introdurre la figura di Thomas Martin, coltivatore di fagioli abitante nel villaggio di Gallardon (70 chilometri da Parigi). Relativamente agiato, di famiglia filomonarchica, era capace di leggere e scrivere (cosa non scontata all’epoca) e aveva un cugino prete (François-Elie Martin).  

Thomas racconta un fatto prodigioso che gli sarebbe accaduto il 15 gennaio 1816, mentre era nel suo campo “a distendere il letame” [Relazione concernente gli avvenimenti accaduti ad un agricoltore della Beauce in Francia nei primi mesi del 1816, Raffaello Di Napoli, 1823, p. 9; per evitare gli arcaismi linguistici della traduzione italiana dell’epoca, d’ora in avanti si farà riferimento alla traduzione italiana della Relation di Silvy - sottoscritta dallo stesso Thomas Martin il 13 maggio 1816 -pubblicata in P. Boutry, J. Nassif, L’arcangelo, il contadino e il re, Viella 2000].

A suo dire, gli si sarebbe presentato un uomo “vestito con una levita o redingote” [elegante abito maschile da passeggio, tipico dell'epoca, MC] e con “sulla testa un cappello a cilindro” [Relazione, cit., in Boutry, Nassif, L'arcangelo, il contadino e il re, p. 23].

Riguardo alla propria identità, l’uomo gli avrebbe detto: “Il mio nome resterà sconosciuto” [ivi, p. 27].

Tuttavia, quando, nelle settimane successive, vedrà che la missione da lui affidata a Martin tarderà ad attuarsi, in una delle tante apparizioni di sollecito gli dirà: "Vi avevo detto che il mio nome sarebbe restato sconosciuto; ma poiché l’incredulità è così grande bisogna che sveli il mio nome: io sono l’Arcangelo Raffaele, angelo molto vicino a Dio, ho ricevuto il potere di colpire la Francia con ogni tipo di piaga” [ivi, pp. 35-36].

 

Ma che cosa avrebbe detto l'arcangelo a Martin? Si trattava di un articolato messaggio, che iniziava così:

 

È necessario che andiate a trovare il re, che gli diciate che la sua persona è in pericolo così come quella dei Principi; che persone malvagie [agenti di Napoleone, MCcercano ancora di rovesciare il governo; che parecchi scritti o lettere su questo argomento sono già circolati in alcune province dello Stato...
[Ivi, p. 23]

Notizie politiche già di pubblico dominio, quindi.

Il messaggio da riferire al re contiene però anche delle richieste, poi definite dallo stesso Martin (stampatello nell'originale) "LA COSA PRINCIPALE" [ivi, p. 57]:

[È necessario che gli diciate] che bisogna anche che riporti in auge il giorno del Signore, affinché lo si santifichi; che questo giorno è disconosciuto da gran parte del suo popolo; che bisogna che faccia fermare i lavori di pubblica utilità in quei giorni; che faccia ordinare delle preghiere pubbliche per la conversione del popolo; che inciti alla penitenza […].
Non fate nessun tipo di carreggio la domenica e i giorni di festa. [...]
Se non si fa ciò che ho detto, la maggior parte della popolazione morirà, la Francia sarà abbandonata in preda e in obbrobrio a tutte le Nazioni.
[Ivi, pp. 23, 27 e 28]

Profezie apocalittiche, quindi, quelle di Martin, di cui in Francia si parlerà sin dal 1816 ma ancor di più dopo il 1830 (Philippe Boutry, lo storico francese che più si è occupato della sua vicenda, attesta che “fino alla caduta dei Borbone, la diffusione della Relazione di Silvy resterà clandestina […]. Con la caduta dei Borbone [...] si succedono tre edizioni [...]. Nella stampa contemporanea [...] è soprattutto L'Ami della Religion et du Roi (diventato semplicemente L'Ami de la Religion dopo la caduta dei Borboni) [...] che dopo il 1830 pubblica in parecchi articoli i rendiconti più completi dell'avventura del coltivatore della Beauce [Boutry, Nassif, L'arcangelo, il contadino e il re, cit., pp. 272-273]).

Nel 1846, ci saranno le apparizioni mariane di La Salette: le prime apparizioni riconosciute dalla Chiesa (nella persona del vescovo locale). Due analogie legano La Salette a Thomas Martin. 

 

A La Salette, la Madonna ammonirà circa l'imminenza di castighi (costituiti da flagelli agrari e, in maniera  sorprendente, da morti di "bimbi al di sotto dei sette anni"), lamentandosi così: "Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo, e non me lo si vuole concedere. È questo che appesantisce tanto il braccio di mio Figlio. […] A messa non vanno che alcune donne già anziane. Gli altri lavorano di domenica tutta l'estate..." [G. Barbero, La Vergine a La Salette, San Paolo, 2004, pp. 24-25]. 

Un religioso e storico di indiscusso spessore, il gesuita Hippolyte Delehaye, che all'inizio del Novecento fu presidente della Società dei bollandisti, volle (coraggiosamente) ricondurre direttamente alle su citate "lettere" di Gesù Cristo (e quindi al folklore popolare) il messaggio di La Salette [Un exemplaire de la lettre tombée du ciel, "Recherches de science religieuse", n. 18 (1928), pp. 164–68] (avremo occasione di parlare di questo e, naturalmente, anche delle obiezioni timidamente proposte da chi sostiene La Salette).

 

 

In ogni caso, a mio modesto parere, sarebbe più opportuno vedere un legame indiretto con le "lettere", cioè un legame per il tramite di Thomas Martin, per via della compresenza di una seconda analogia.

 

 

Come abbiamo visto, La Salette sarà la prima apparizione mariana in cui, nella Francia ottocentesca, si farà riferimento a un segreto.

La prima mariana, ma non la prima in assoluto. Infatti, nella Relazione di Silvy (che, lo ricordiamo, è del 1817) si legge:

 

Allo stesso tempo, [l’arcangelo] lo avvertì che sarebbe stato condotto davanti al Re, che gli avrebbe svelato cose segrete del periodo del suo esilio, ma che questa conoscenza gli sarebbe stata data solo al momento in cui sarebbe stato introdotto alla sua presenza.
[Relazione, cit., in Boutry, Nassif, L'arcangelo, il contadino e il re, cit., p. 28]

Come si vede, a differenza delle tante apparizioni mariane successive, il segreto è relativo a qualcosa di già accaduto (l'esilio del re), non a qualcosa da collocare nel futuro. Tuttavia, rimane il fatto che il “veggente” si presenta come destinatario di una conoscenza che rimane riservata ed esclusiva e che egli definirà ripetutamente con il sostantivo “segreto”.

 

La cosa può stupirci oggi, ma re Luigi XVIII in persona volle ricevere Thomas Martin. L’incontro avvenne il 2 aprile 1816, alle Tuileries.

 

 

Martin asseriva che, prima di vedere il re, lo immaginava "come un essere del tutto straordinario, del tutto diverso dagli altri, tutto brillante e che quasi non si poteva guardare" [Le Passé et l'Avenir expliqués par des événements extraordinaires arrivés a Thomas Martin, cit., p. 61, nota 1].

 

 

Durante l'incontro, gli riferisce i messaggi. Secondo quanto da lui poi asserito, Luigi XVIII ascolta con attenzione e commozione le sue parole. Naturalmente, Martin non renderà pubblico il segreto confidato al re. Non inizialmente, almeno.

Dopo l'incontro, il contadino di Gallardon diventa una celebrità in Francia, e negli anni successivi frequenta i salotti di diversi membri della più alta nobiltà, a cui racconta le profezie che asserisce di continuare a ricevere dalla voce dell’arcangelo.

Una nota inviata il 12 maggio 1818 al ministro della polizia (Élie Decazes) segnala che quella sera "il famoso profeta Martin" ha trascorso la serata nella residenza parigina della baronessa di Corberon e "quando tornerà, ha promesso di fare delle nuove profezie" [Archives nationales, segnatura F7 6809, in G. Lenotre, Martin le Visionnaire,  Perrin, 1924, p. 118].

Nel 1820 il redattore capo del giornale La Quotidienne riceve una lettera rivolta al fratello del re (Carlo Filippo, conte d'Artois), firmata DIO, in cui è scritto: "Martin, il contadino, vi ha fatto conoscere la mia volontà" [Archives nationales, segnatura F7 6809, fascicolo 1615, ivi, p. 126].

Probabilmente la lettera, impostata a Lieurey (150 chilometri da Gallardon), non è stata scritta da Martin, ma l'episodio è comunque significativo perché conferma quanto le "lettere" di cui abbiamo parlato prima e le "profezie" di Martin fossero espressione di un contesto religioso e culturale omogeneo.

Nel 1824 Luigi XVIII, gravemente malato, muore, a 69 anni. Gli succede il fratello, con il titolo reale di Carlo X.

A questo punto, il colpo di scena.

 

 

Thomas Martin, asserendo di sentirsi ormai sciolto dall’obbligo del segreto, lo svela pubblicamente, raccontando una nuova versione del suo incontro con l’ormai defunto Luigi XVIII. Ecco il testo da lui sottoscritto il 9 marzo 1828 (dichiarazione resa a padre Pierre Perreau):

 

Il re mi disse: "[…] Ma mi sembra che lei abbia qualcosa da dirmi in privato e in segreto”. E allora io mi sentii venire alla bocca le parole che l’angelo mi aveva promesso, e dissi al re:
“Il segreto che vi devo dire è che voi occupate un posto che non vi appartiene.” Il re allora mi interruppe dicendo: “Come, come, essendo morti mio fratello e i suoi figli, io sono l’erede legittimo”. Io allora gli dissi: “Io non so assolutamente niente di questo, ma so bene che il posto non vi appartiene...
[Les Vingt-cinq Apparitions de l'Archange Raphaël au laboureur Thomas-Ignace Martin de Gallardon en Beauce dans les premiers mois de 1816. Suivies de l'entretien de Martin avec le Roi écrit sous sa dictée en 1828, Imp. de Crémier-Teyssier, 1886, pp. 13-14] 

Quindi Martin avrebbe accusato il sovrano di aver cercato di uccidere, molti anni prima, l'allora regnante Luigi XVI, per prenderne il posto:

 

Un giorno che eravate a caccia con il re Luigi XVI vostro fratello, nella foresta di Saint-Hubert, il re era davanti a voi una decina di passi e voi avevate intenzione di uccidere il re vostro fratello. [...] Avevate un fucile con due colpi in canna [...]. Il re ha raggiunto il suo seguito e voi non avete potuto mettere in atto il vostro progetto...
[Ivi, p. 14]

 

A dire di Martin, Luigi XVIII avrebbe confermato, in lacrime, che era tutto vero.

Naturalmente, questo racconto è del tutto inconciliabile con quello precedente (ed è quindi evidentemente stato elaborato da Martin dopo la morte di Luigi XVIII).

Si considerino solo due aspetti.

 

 

Nel 1816 aveva dichiarato di aver detto al re: "Mi è stato annunciato di dirvi che voi siete troppo buono, e che la vostra grande bontà vi condurrà a delle grandi sciagure" [Relazione, cit., in Boutry, Nassif, L'arcangelo, il contadino e il re, cit., p. 56].  

 

 

Inoltre, nel 1816, Martin aveva detto che l'arcangelo aveva biasimato Luigi XVIII poiché non aveva fatto pubbliche cerimonie di ringraziamento a Dio dopo essere rientrato in possesso del suo regno "legittimo" (non solo nel 1814 ma anche nel 1815, quando Napoleone, tornato temporaneamente al potere per i famosi "cento giorni", fu infine spodestato definitivamente) [sottolineature mie]:

Non bisogna credere che sia per volontà umana che l'anno scorso l'usurpatore [Napoleone] è venuto: era per castigare la Francia... Tutta la Famiglia Reale aveva fatto delle preghiere per rientrare nel suo legittimo possesso; ma una volta rientrata ha, per così dire, dimenticato tutto. Dopo il secondo esilio ha fatto ancora voti e preghiere per recuperare i suoi diritti ma è ricaduta nella stessa propensione.
[Ivi, p. 27]
 

Di conseguenza, parlando con il re, Martin gli avrebbe detto [sottolineature mie]:

 
Mi è stato detto di dirvi che il Re si deve ricordare del suo sconforto e delle avversità del tempo dell'esilio. Il Re ha pianto per la Francia; c'è stato un tempo in cui il Re non aveva più alcuna speranza di rientrarvi, vedendo la Francia alleata con tutti i suoi vicini - Sì, c'è stato un tempo in cui non avevo più alcuna speranza [...] - Dio non ha voluto perdere il Re; l'ha richiamato nei suoi Stati, nel momento in cui meno se lo aspettava. Infine il Re è rientrato nel suo possesso legittimo. Dove sono le azioni di grazia rese per un tal beneficio? Per castigare ancora una volta la Francia, l'usurpatore è stato tratto dall'esilio [...]. Il Re legittimo è stato obbligato a lasciare la capitale  e credendo di tenere ancora una città nei suoi Stati. è stato obbligato ad abbandonarla. - È proprio vero, credevo di restare a Lille.   
[Ivi, p. 55]

Nella prossima parte, vedremo di capire cosa c’è dietro al segreto di Thomas Martin e alle sue giravolte. 

Continua

Marco Corvaglia

Pagina pubblicata il 28 luglio 2022

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