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Sincretismi? La Salette e le credenze popolari - Parte 1

di Marco Corvaglia

Vai all'indice completo della sezione Apparizioni mariane al banco di prova della critica storica

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Quando si credeva alle fate... 

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Vista panoramica di La Salette.

Nel Dictionnaire des superstitions, pubblicato nel 1856 dal colto sacerdote ed editore cattolico francese Jacques-Paul Migne, si legge che "la credenza nelle fate è ancora viva nelle nostre province" [Fées, in A. de Chesnel, Dictionnaire des superstitions, erreurs, préjugés, et traditions populaires, Parigi,  J.-P. Migne, 1856, col. 392].

 

 

Per il popolo, non si trattava di personaggi delle fiabe: le consideravano reali creature soprannaturali.

Anzi c'è di più: nello stesso Dictionnaire des superstitions, si prendeva atto, con una certa amarezza, di come, per il popolo, la credenze cristiane e la credenza nelle fate fossero sincretisticamente fuse:

 

 
Lasciate che il Bretone, per esempio, continui a temere di incontrare le fate e i nani, e troverete sempre in lui un adoratore della croce. Persuadetelo, al contrario, che le sue signore bianche non sono che un'illusione, e voi forse lo spingerete a dubitare delle sante verità.​

[Ivi, p. 15]

 

Ma chi si credeva che fossero le creature immaginarie di cui stiamo parlando? 

Le loro origini affondano nell'antichità: "nella mitologia romana, esse sono chiamate sia Parche (Parcae), sia fate (fata)" [L. Harf-Lancner, Le monde des fées dans l'Occident médiéval, Hachette Littératures, 2003, p. 25].

A loro si attribuiva il compito di presiedere al fato, al destino di ogni singolo uomo. Alcune erano considerate spaventose, ma alla maggior parte di esse si attribuiva un atteggiamento benevolo e materno (ad esempio, le cosiddette "fate madrine") e si riteneva che esaudissero i desideri degli uomini, anche quelli più materiali.

Nella pagina Sorgenti, alberi e rocce: le origini storiche delle "apparizioni" mariane abbiamo già visto come, in un'enorme quantità di casi, dal Medioevo fino all'età contemporanea, la Madonna sarebbe apparsa (spesso ad un pastore) vicino a una fonte o a una massa d'acqua (lago, fiume), oppure su una roccia o in una grotta, oppure su un albero. 

Ebbene, dove si credeva che fosse possibile incontrare le fate?

"Le fate delle nostre campagne [...] abitano le grotte, le pietre e i boschi" [Fées, Dictionnaire des superstitions, erreurs, préjugés, et traditions populaires, cit., col. 392]; "le fonti sono il luogo d'incontro prediletto delle fate..." [Fontaines, ivi, col. 417].

Infatti, data la somiglianza nel nome, esse vennero fuse con le ninfe, "anche dette fatuae" [Harf-Lancner, Le monde des fées dans l'Occident médiéval, cit., p. 27], antiche divinità greco-latine legate alle fonti, ai fiumi e ai laghi (Naiadi), ai monti e alle grotte (Oreadi), agli alberi (Driadi).

Chi si riteneva che potesse facilmente incontrarle?

I pastori, che vivono a contatto con i suddetti elementi naturali.

Quando nel 1600 iniziano a nascere le versioni letterarie dei tradizionali racconti delle fate (prima tramandati oralmente), in diversi casi ci si imbatte in fate che appaiono a pastori (si pensi a Jeune et Belle di Charles Perrault, in cui la fata Jeune et Belle incontra il pastore Alidor, o a La princesse Carpillon di Marie-Catherine d'Aulnoy, in cui la fata Amazone appare al pastore Sublime e alla moglie). 

​Se abbandoniamo il campo delle fiabe e passiamo direttamente a quello delle credenze popolari, nel cattolico Dictionnaire des sciences occultes, pubblicato nel 1852, a proposito delle fate si legge che "spesso i pastori le sentono passare vicino..." [Superstitions, in Dictionnaire des sciences occultes, vol. II, Parigi, J.-P. Migne, 1852, col. 604].

 

 

​Esaminando ora alcune dichiarazioni di Mélanie e di Maximin, documenteremo incontestabilmente come la descrizione della Signora di La Salette da loro fornita coincida, in maniera precisa e sistematica, con le descrizioni che la fantasia popolare utilizzava, da secoli, proprio per le fate (sorvoleremo su alcune corrispondenze che, pur presenti, possono apparire meno significative: il viso abbagliante, la bellezza indescrivibile, la voce dolce e armoniosa).

Madonna o fata?

- "Con un soffio la si sarebbe fatta muovere..."

 

In quello che per decenni è stato in Italia il testo apologetico di riferimento su La Salette, scritto da don Giuseppe Barbero, leggiamo:​​

 

 

I veggenti riferirono pure che la visione non era opaca, ma come trasparente, e che lasciava vedere attraverso di essa il prato verde e i monti.
[Giuseppe Barbero, La Vergine a La Salette. Storia dell'apparizione, San Paolo, 2004, p. 21]

 

 

​Cominciamo con il dire che, nel Dictionnaire des superstitions, del 1856, si legge:

FADÆ, FATIDICÆ e FADAS: Nomi che i Galli danno in particolare alle loro fate che abitano al riparo dei monumenti druidici. I Bretoni credono ancora all’esistenza di queste fate. Essi le rappresentano come delle donne belle e così luminose da essere trasparenti.
[Chesnel, Dictionnaire des superstitions, erreurs, préjugés, et traditions populaires, cit., col. 373]

​Il 21 novembre 1878, Mélanie mette per iscritto un racconto dell'apparizione del 1846, poi pubblicato, con imprimatur del vescovo di Lecce, mons. Salvatore Luigi Zola, il 15 novembre 1879.

 

In questo autografo, Mélanie scrive:

La Santissima Vergine era alta e ben proporzionata. Pareva così leggera che con un soffio la si sarebbe fatta muovere, tuttavia era immobile e ben posata.
[L'apparition de la Très-Sainte-Vierge sur la Montagne de La Salette le 19 septembre 1846, publiée par la bergère de La Salette avec permission de l'Ordinaire, in M. Corteville, La «Grande Nouvelle» des Bergers de La Salette, vol. 1, Téqui, 2008, p. 295 (qui un'edizione pubblicata a Nimes nel 1881)]

La singolare affermazione di Mélanie ("pareva così leggera che con un soffio la si sarebbe fatta muovere") comincia a diventare tragicamente chiara se si consultano i testi dell'epoca in cui sono riportate le credenze allora diffuse a proposito delle fate.

 

 

Nel cattolico Dictionnaire des sciences occultes edito da padre Migne nel 1852, alla voce Superstitions, quelle delle fate sono infatti definite "apparizioni vaporose" [Dictionnaire des sciences occultes, vol. II, cit., col. 599].

Analogamente, in un libro scritto nel 1692 (ma rimasto inedito fino al 1815), il pastore presbiteriano scozzese Robert Kirk scrive che le fate hanno "corpi di aria coagulata" [R. Kirk, The Secret Commonwealth, Londra, David Nutt, 1893, p. 6 (cfr. edizione italiana: Il regno segreto, Adelphi, 1993, p. 16)].

- "Girava, girava..."

In un diario di viaggio pubblicato su un giornale francese di metà Ottocento si legge che alcune giovani signore, ballando in un casinò di Parigi, "roteavano rapidamente come le fate delle leggende" [B. Alexandri, Le lac Blanc, in "L'illustration", tomo XXIV, Parigi, 1854, p. 119].

​La credenza che le fate piroettassero era direttamente collegata alla loro natura "vaporosa": il vapore, per sua natura, compie dei movimenti a spirale, disegna delle volute.

 

Un romanziere ottocentesco scriveva: 

Le fate arrivavano su dei carri vaporosi, scendevano da una nuvola [...], piroettavano...
[André Theuriet, Les enchantements de la forêt, Parigi, Hachette, 1881, p. 17] 

 

Una studiosa di storia delle tradizioni popolari evidenzia: 

[Alcune fate] disponevano di un corpo diafano e trasparente, figure di nebbiolina che volteggiavano sugli stagni.
[Marie-Charlotte Delmas, Sur la trace des fées, Glénat, 2004, p. 7]

 

 

Anche queste piroette hanno a che fare con La Salette?

 

 

Incredibilmente, sì.

 

 

Nei vari libri devozionali su La Salette questo particolare imbarazzante non è riportato, ma il padre salettino Jean Stern, come sappiamo, ha pubblicato l'intera raccolta dei documenti disponibili (con Nihil obstat e Imprimatur del vescovo di Grenoble, mons. Gabriel Matagrin).

 

Nel febbraio 1847 Mélanie viene interrogata da padre François Lagier, che stila un verbale annotando esattamente domande e risposte. 

A un certo punto, il sacerdote la interroga in merito al momento in cui ha cominciato a vedere la Signora. 

 

 

Mélanie risponde, ripetendo due volte il verbo-chiave, la prima in francese, la seconda nel suo dialetto (il patois): 

 
Ci abbagliava  e ci stropicciavamo gli occhi; quando abbiamo cominciato a vederla, lei girava [virait], girava [virava].
[Premier interrogatoire de Mélanie par l'Abbé Lagier - Document 96, in Jean Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, Desclée De Brouwer, 1980, p. 287 (una riproduzione digitale del volume è disponibile qui)]

L'immagine è chiaramente imbarazzante, se attribuita alla Madonna. 

Lagier stese, però, anche un documento parallelo in cui migliorava la forma delle dichiarazioni di Mélanie.

 

 

Da apologeta, in questa "bella copia", interpreta questo passaggio, di sua iniziativa, come se la ragazzina avesse parlato di un'impressione soggettiva:

Sembrava che girasse, girasse incessantemente su sé stessa.
[Premier interrogatoire de Mélanie par l'Abbé Lagier - Document 96 bis, ibidem. Testo originale: "Il semblait quelle (scil., qu'elle) tournait, tournait incessamment sur elle-même."]

 

​Non è che cambi moltissimo, in verità. Ma tant'è.

Da notare che, come abbiamo visto, nel 1878, nel racconto dell'apparizione pubblicato con l'imprimatur di mons. Zola, Mélanie si contraddice, affermando che la figura appariva "immobile".

Ma all'epoca non era più una pastorella adolescente, bensì una donna di 47 anni che ne aveva trascorsi diciassette in diversi conventi, ed era bene in grado di comprendere di non poter dire che la Madonna "girava, girava".

- La nuvola luminosa

Nel 1846, a La Salette, l'apparizione si sarebbe manifestata così:

Melania volge gli occhi alla piccola fontana e vi scorge sul bordo un globo di luce [...]. A un tratto, come se il globo luminoso si schiudesse, si scorge nel suo centro una Signora...
[Barbero, La Vergine a La Salette, cit., pp. 19-20; cfr. Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, cit., pp. 302, 318 e 346]

Similmente, nel momento conclusivo dell'apparizione, la Signora di La Salette rientra in una nube luminosa:

La Signora [...] si è sollevata a poco a poco fino all'altezza di 2 metri scomparendo gradualmente come se fosse penetrata in una nuvola.
​[Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, cit., p. 172; cfr. Barbero, La Vergine a La Salette, cit., p. 27]

Nel febbraio 1847 Maximin dichiara: "Abbiamo visto una grande luce dove lei era scomparsa" [Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, cit., p. 300] e in una lettera al vescovo di Grenoble, mons.  Ginoulhiac, il 19 giugno 1857 aggiungerà: "Abbiamo visto e seguito questa luce fino ad una grande altezza nell'aria" [ibidem, nota 3].

Ebbene, tradizionalmente si credeva che le fate si manifestassero proprio all'interno di nuvole luminose. 

Il teatro e la letteratura ottocentesca conservano diverse testimonianze di queste antiche credenze.

 

 

Ad esempio, nel 1823, un giovane Honoré de Balzac pubblica, con lo pseudonimo di Horace de Saint-Aubin, la prima edizione del romanzo La dernière fée (L'ultima fata), che, al di là dell'inverosimiglianza della trama, ben documenta, diversi anni prima di La Salette, quale fosse l'immagine canonica della fata, nella cultura popolare francese. 

 

 

Il protagonista è Abel, un ragazzo molto ingenuo, che in vita sua ha letto solo racconti sulle fate e crede che esse esistano realmente.

In occasione del primo incontro con la duchessa di Sommerset (che gli fa credere di essere la "fata delle Perle"), Abel ha l'impressione che la donna sia "al centro di una nuvola di luce bianca come quella di una stella" [H. de Balzac, La dernière fée, Bruxelles, Meline, 1836, p. 69].

 

 

Abel "vedeva sempre la fata delle Perle e la sua nuvola luminosa" [ivi, p. 73].

- Le pietre e la fontana

Mélanie e Maximin raccontarono di aver visto la misteriosa Signora "seduta sulle pietre poste attorno alla fontana” [Barbero, La Vergine a La Salette, cit., p. 20].

Si tratta di due dei tre consueti elementi naturali che, di volta in volta, si alternano e variamente si abbinano, nelle "apparizioni" di ogni tipo. 

 

 

Ad esempio, quando, a partire dal XII secolo, le fate passano dal folklore alla cultura dotta, testimonianze letterarie come i lai e i romanzi cavallereschi narrano di cavalieri che tipicamente si imbattono nelle fate vicino a una sorgente nei pressi di un albero (cfr. Jean-Pierre Gallais, La fée à la fontaine et à l'arbre. Un archetype du conte merveilleux et du récit courtois [La fata presso la fonte e l'albero. Un archetipo della fiaba e del racconto cortese], Rodopi, 1992).

​​

- Le perle sulla veste, la corona di fiori luminosi in testa, l'oro sulle calzature

A La Salette, l'abito bianco della Signora "appare come disseminato di punti brillanti simili a perle." [Barbero, La Vergine a La Salette, cit., p. 22; cfr. Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, cit., p. 293].

 

Nel romanzo di Balzac, la "fata" aveva una veste "intessuta di perle" e "una cintura di perle" [Balzac, La dernière fée, cit., p. 69].

 

 

A La Salette, il capo della bella Signora è adornato "da una corona di rose" da cui "escono raggi di luce" [Barbero, La Vergine a La Salette, cit., p. 22; cfr. Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, cit., p. 104].

Riguardo alla "fata delle Perle" del romanzo di Balzac, la sua "testa era coronata di fiori” [Balzac, La dernière fée, cit., p. 159].

 

 

Ma non basta.

 

 

Anche dai fiori posti sulla testa delle fate, come da quelli posti sulla testa della Signora di La Salette, escono raggi di luce:

 

 
Esse [le fate] [...] intrecciano fiori nei loro capelli [...], a volte bianchi e scintillanti come un raggio di luce...
[Superstitions, in Dictionnaire des sciences occultes, cit., col. 599]

 

​A la Salette, "la Signora porta delle scarpe bianche costellate di perle, rivestite da fermagli d'oro e circondate da rose...” [Barbero, La Vergine a La Salette, cit., p. 22 cfr. Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, cit., pp. 81, 224].

Secondo la tradizione popolare, la fata tipicamente compare (accanto alla culla di un bambino, come segno di un destino propizio),  con i "fiori sparsi sotto i suoi piedi leggeri, che calzano stivaletti d'oro" [G.-A. Gielly, La Grotte des Fées à Saint-Maurice, Lesser, Vevey 1865, p. 13].

- La veste bianca e l'abbigliamento da contadina

Nella pagina "Lettere cadute dal cielo": una scomoda verità su La Salette (1846), dove iniziò la serie dei "segreti" mariani, abbiamo evidenziato che la Signora, al di là di quelli che abbiamo ora visto essere gli ornamenti da fata, era vestita come una tipica contadina francese, seppur con una prevalenza del bianco: la cuffia "di un bianco splendente"; "abito, pure bianco", scialle "dello stesso colore dell'abito", "grembiale di color giallo brillante" [Barbero, La Vergine a La Salette, cit., pp. 21-22].

 

 

Si potrebbe pensare che almeno questi ultimi elementi siano in contrasto con la figura della fata.

 

 

Al contrario:​

Le testimonianze che evocano i loro abiti le descrivono spesso vestite di bianco. Per il resto, indossavano il costume delle contadine dell'epoca.
[Delmas, Sur la trace des fées, cit., p. 7]

 

 

 

- Cammina sull'erba senza farla curvare 

​Mélanie e Maximin dicono che la Signora sembrava "piuttosto scivolare che camminare, sfiorando appena, senza farle curvare, le erbe alte in quel punto una quindicina di centimetri" [Barbero, La Vergine a La Salette, cit., p. 28; cfr. Stern, La Salette. Documents authentiques, vol. 1, cit., pp.  81, 367 e vol. 2, pp. 54, 62, 73].

Nel romanzo pubblicato anni prima dei fatti di La Salette, Abel dice che le fate "camminano sui fiori senza curvarli" [Balzac, La dèrniere fée, cit., p. 48].

La Salette prima di La Salette: Laus e la Signora Maria 

​​A circa 50 chilometri da La Salette, a Laus, la Madonna avrebbe cominciato ad apparire, nel 1664, ad un'altra pastorella, la sedicenne Benoîte Rencurel, e il fenomeno sarebbe continuato, con cadenza irregolare, per 54 anni.

Laus è una delle poche "apparizioni" precedenti al 1800 per cui sia disponibile una documentazione di una certa ricchezza. 

Nel 2008, ben tre secoli dopo la morte di Benoîte, le "apparizioni" di Laus sono state approvate ufficialmente dal vescovo di Gap-Embrun, Jean-Michel Di Falco Léandri, con il consenso della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Le uniche fonti esistenti per la conoscenza di Benoîte sono alcuni manoscritti dell'epoca, i cosiddetti Manoscritti di Laus, dettagliati ma puramente apologetici. Essi furono scritti da quattro autori.

 

 

Il primo fu un devoto giudice della zona, François Grimaud. Il manoscritto più importante ed esteso è l'ultimo, opera del confessore di Benoîte, padre Pierre Gaillard.  

Tutte le citazioni dei Manoscritti che si troveranno di seguito sono tratte dal volume di padre Roger de Labriolle Benoîte la Bergère de Notre-Dame du Laus [il libro è un estratto di uno studio più esteso che era stato commissionato allo stesso Labriolle, a metà Novecento, dall'arcivescovo di Gap, mons. Auguste Bonnabelin; l'opera, in quattro volumi ciclostilati, fu completata nel 1963 ed è tuttora conservata negli archivi del Santuario di Notre-Dame du Laus: Histoire critique du pèlerinage de Notre-Dame du Laus et de la vie de Soeur Benoîte Rencurel].  

 

Le apparizioni dei primi mesi sarebbero avvenute in una zona chiamata Vallone dei Forni, in cui è presente una sorta di grotta (una fenditura collinare ingrandita dagli abitanti del posto).

 

 

In occasione della prima apparizione, nel maggio 1664, mentre Benoîte sta pascolando le pecore dei signori Rolland (per conto dei quali lavora), "all'improvviso vede una bella Signora sulla roccia, che tiene per la mano un bambino piccolo, di una singolare bellezza" [R. de Labriolle, Benoîte la Bergère de Notre-Dame du Laus, Louis-Jean, 1996, p. 30].

 

Dai suoi abiti e dal suo viso escono tante luci che lei non ha mai potuto osservare i suoi tratti.
[Ibidem

 

 

Dopo essere rimasta per qualche tempo senza parlare,

 

 
la Santa Vergine prende Gesù bambino in braccio e scompare nell'antro della roccia, da dove la pastorella l'ha vista diverse volte uscire e rientrare. 
[Ibidem]

Nelle settimane successive, Benoîte dice di continuare a vedere tutti i giorni la Signora, che però non parla quasi mai. 

Il 29 agosto 1664, quando inizia la presunta apparizione, il devoto giudice Grimaud, è lì presente accanto a Benoîte.

 

Egli scrive nel suo resoconto:

Dio mi ispirò di dire a Benoîte di chiedere alla damigella che lei vedeva come si chiamasse. Lei lo fece immediatamente e mi rispose subito che Ella si chiamava "Signora Maria".
[Ibidem]

Questa presentazione ("Je suis Dame Marie") è ricordata anche nel sito ufficiale del Santuario di Laus.

L'espressione "Signora Maria" è tanto insensata, se riferita alla Madonna, quanto normale, secondo le tradizioni popolari, se riferito a una fata.

 

Cominciamo con il dire che le fate erano comunemente definite "Signore". L'appellativo deriva da un'espressione latina con cui si definivano le Parche: Signore del fato (Dominae fati : Ovidio, Tristia, V, 3, 17).

 

Dagli atti del primo processo a Giovanna d'Arco risulta che l'Albero delle Fate, che sorgeva vicino ad una sorgente nei pressi del suo villaggio, era chiamato anche "Albero delle Signore" [cfr. G. F. Eysell,  Johanna d'Arc, genannt die Jungfrau von Orleans, Regensburg, Manz, 1864, p. 677, nota 60].

Ebbene, per indicare le fate con il loro nome specifico, si utilizzavano, per l'appunto, espressioni come:

 

 

  • Signora Morgana (Dame Morgane): un esempio qui;

  • Signora Melusina (Dame Melusine, la fata che la nobile casata dei Lusignan asseriva fosse la propria progenitrice, perché, secondo la leggenda, nell'VIII secolo avrebbe sposato Raimondin, capostipite della famiglia, incontrato presso la Fontana delle Fate): un esempio qui;

  • Signora Lorie (Dame Lorie, fata dei boschi): un esempio qui;

  • Signora Margot (Dame Margot, fata che si credeva abitasse in una grotta): un esempio qui;

  • Signora Viviana (Dame Viviane, anche detta la Fata del Lago, che, secondo la leggenda medievale, avrebbe allevato il cavaliere Lancillotto): un esempio qui.

 

Continua

Marco Corvaglia

Pagina pubblicata l'8 aprile 2023  

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